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BEAUTY NEWS

Se su Instagram l'hashtag #brows porta a 14.234.370 foto e se su Pinterest impazzano le ricerche di tutorial brows shaping, un motivo c'è: avere sopracciglia perfette e ordinate e pulite, è diventata da tempo una priorità, ancora prima che una tendenza. E se ormai è noto che la forma ad ala di gabbiano che impazzava negli anni Novanta (Gwen Stefani, Drew Barrymore e Kate Moss ne sono testimoni) è ormai considerata out of trend, ciò non significa lasciare le sopracciglia a vita propria. Anzi: a maggior ragione se spesse e definite, le sopracciglia richiedono cure e mantenimento a cadenza regolare. In tempi di lockdown, Glamour UK propone di cimentarsi con la tecnica epilatoria del filo, meglio nota come threading. Usata da secoli dalle donne dei Paesi arabi e indiani, permette di pulire perfettamente quest'area del viso. Ecco come fare a padroneggiare la tecnica, che è molto efficace, ma richiede attenzione e allenamento.

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SANTA MONICA, CALIFORNIA - JANUARY 12: Lucy Hale arrives at the 25th Annual Critics' Choice Awards at Barker Hangar on January 12, 2020 in Santa Monica, California. (Photo by Steve Granitz/WireImage)
Sopracciglia How to
Sopracciglia: la forma giusta a 20, 30, 40 e 50 anni 
La forma e il colore non sono gli unici fattori da considerare. Per massimizzare l'effetto lifting delle sopracciglia e scolpire lo sguardo conta anche l'età 
Fare le prime prove sulla zona baffetti

Secondo Claudia Milia, lash & brow artist e ideatrice degli atelier Plumes, “Modellare i peli delle sopracciglia usando il filo non è semplice. Anzi, si tratta di un metodo che richiede molta pratica e altrettanta cautela. Ecco perché il primo consiglio che mi sento di darvi è quello di fare le prime prove con filo sulla zona del contorno labbra. In quest'area, in effetti, il rischio di fare danni è limitato, a differenza delle sopracciglia, che una volta intaccate creano un forte squilibrio in tutto il volto”. Da che parte iniziare? “Usando entrambe le mani, si va ad arrotolare il filo in una spirale, lasciando lo spazio per infilare una mano e, con l'altra, maneggiando il filo. Il vostro obiettivo dev'essere quello di appoggiare molto bene il punto a spirale del filo alla pelle, perché se non perfettamente aderente rischia di prendere il pelo nella lunghezza e di tagliarlo, invece di estirparlo”.

Il filo per "pulire le sopracciglia

“Dopo esservi impratichite con la zona dei baffetti e avere imparato a maneggiare il filo in maniera controllata, passate alle sopracciglia. Davanti allo specchio, in piena luce, procedete pulendo la peluria, ma limitandovi a quella. Poi, con la pinzetta, andate invece a delineare il contorno, ricreando la vostra forma ideale. Meglio evitare di fare il threading sulle sopracciglia stesse, perché la possibilità di intrappolare più peli con il filo e formare buchi è elevata. E poi, lo sappiamo, è dura (e molto lunga) riempirli e tornare a sopracciglia perfette”.

Il consiglio in più per rendere efficace la tecnica

Alcuni segreti perché il metodo del filo dia ottimi frutti? Secondo l'esperta, “Si può applicare un velo di borotalco sulla zona delle sopracciglia. In questo modo la pelle risulterà asciutta e morbida e il filo potrà scivolare più agevolmente, favorendo la manualità di chi è alle prime armi. Altro consiglio evergreen: guardate (e riguardate) dei video tutorial dove gli esperti qualificati mostrano il corretto procedimento di epilazione threading, prima di cimentarvi voi stesse nell'epilazione. Infine non dimenticate che il movimento deve sempre essere contropelo, per poterlo estirpare in un solo colpo, evitando di spezzarlo. E niente panico se la zona trattata risulta arrossata dopo il trattamento: tempo mezz'ora e tutto rientra alla normalità”.

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About the project

Battling anxiety and depression can be a terribly lonely experience, and even more so when everyone is isolated in their homes. In a new spot, Mental Health Foundation Denmark and Lykke May Andersen promote free and anonymous help for those battling inner demons. Lykke May Andersen stars in the film that she has created with director Ada Bligaard Søby and the production company Bacon.

"The film is an indication of how an inner dialogue can sound when suffering from anxiety and depression. I myself have experience with both and didn't even realize what I was up against until I experienced psychosomatic symptoms and some very inappropriate internal dialogues. I hope the film can help encourage people who are experiencing depression and anxiety to seek help," says Lykke May Andersen who is currently studying psychotherapy at the Psychotherapeutic Institute in Copenhagen.

The purpose of the film is to create awareness of Mental Health Foundation Denmark's offer of free anonymous help via phone, email and chat. More people than usual have contacted the foundation over the last couple of weeks, and the opening hours of the counselling have been extended to help who are struggling the most during a time of heightened anxiety throughout society.

"Lykke May Andersen and director Ada Bligaard Søby show how it can feel to battle your inner voices. We have probably all been our own worst critic at time and for some people that turns into a constant feeling of being inadequate. Luckily, if you tell someone about these feelings, most people will react with the openness and understanding necessary to give you strength and perhaps seek professional help, if that is what you need," says director of the Mental Health Foundation Denmark, Marianne Skjold.

The Mental Health Foundation Denmark’s 75 volunteers all have professional backgrounds in mental health or vulnerability counselling, and they have all had special training before they answer calls, mails or chat.

Team Credits

Idea and Copywriters: Lykke May Andersen & Ada Bligaard Søby

Director: Ada Bligaard Søby

Cast: Lykke May Andersen

Exec. Producer: Mette Jermiin

Producers: Ditte Glass & Laura Valentiner-Bohse

Runner: Selma Munksgaard

DOP: David Bauer

B-photo: Franz Borde

Gaffer: Morten Kildegaard

Scenography: Mille Marie Jensen

Sound Engineer: Matias Brogård

Stylist: Melanie Buchhave

Make-up artist: Louise Bruun

Editor: Nikolaj Dahl

Colour Grade: Hannibal Lang

Sound design: Adrian Aurelius

Postproduction:BaconX

Production Company: Bacon

Bio

ADA BLIGAARD SØBY

Born in Denmark in 1975. Moved to New York at age twenty to study at School of Visual Arts, but ended up waitressing in nightclubs instead. Later she assisted fashion photographer Terry Richardson around the time when he was making the ‘Terryworld’ book, and made motorcycle trips around the US with her camera and boyfriend. Has directed documentaries, commercials and music videos plus released a photo book called ‘The Best Is Yet to Come’ with personal photographs of The Danish Queen, Kate Moss, Hitler and her mom naked.  May Andersen and Ada runs the production of ‘Official Explanation’ hoodies.



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Zadig & Voltaire x NBA è la nuova collezione di T-shirt dedicata alle squadre di pallacanestro più famose del mondo

Dopo il successo della prima collezione, presentata lo scorso anno durante la New York Fashion Week, Zadig&Voltaire torna a collaborare con l'NBA e per la primavera estate 2020 lancia una nuova, spettacolare capsule ispirata dai più celebri team della lega americana di basket. Il direttore creativo Cecilia Bonstrom ha realizzato una linea di T-shirt, felpe e camicie per uomo e donna caratterizzate dai loghi delle squadre di pallacanestro, naturalmente rivisitati secondo la deliziosa estetica edgy tipica del marchio francese. Ci sono i Chicago Bulls e i Los Angeles Lakers, ma anche i New York Knicks e i Memphis Grizzlies. Insomma, non vi resta che scegliere da che parte stare.

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Poco prima della sua morte nel 1942, Condé Montrose Nast aveva chiesto a Audrey Withers quale dovesse essere, secondo lei, il ruolo di un magazine come Vogue. Withers era diventata editor in chief di British Vogue nel 1940, quando l’allora direttrice era rimasta bloccata oltreoceano per l’inasprirsi del conflitto mondiale. Una volta in carica, aveva portato avanti il giornale in ristrettezze inimmaginabili: editandolo da rifugi antiaerei (maschere antigas alla mano), sfidando coprifuochi, razionamenti della carta, superando addirittura il bombardamento dei propri uffici (lo staff era arrivato la mattina dopo con scopa e paletta, e quel mese Vogue era uscito con un solo giorno di ritardo). Soprattutto, Withers (la cui storia è magnificamente raccontata nel recente Dressed For War di Julie Summers) aveva brillantemente guidato il giornale in un territorio prima inesplorato: la guerra, l’attualità e la politica. E, a ostilità cessate, si era rifiutata di abbandonare un terreno e una credibilità così faticosamente conquistati.

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British Vogue October 1945, James De Holden Stone
James de Holden Stone

Quando nel 1946 la potentissima direttrice di Vogue Edna Woolman Chase rinnova la domanda di Nast, Withers risponde con un memo che è quasi un manifesto, e dice più o meno questo: Vogue non potrà mai più essere un semplice magazine di moda. Ha il dovere morale di coprire tutto quello che accade, e che influenza la vita delle donne a cui si rivolge. La moda, ovviamente, rimarrà sempre in primo piano, ma il magazine dovrà essere apertamente progressivo e impegnato. Per un semplice fatto: non dire nulla è comunque un gesto politico che equivale ad accettare lo status quo. E questo, certo non è Vogue.

Vogue Magazine March 1945
Photo by Erwin Blumenfeld/Conde Nast via Getty ImagesVogue Magazine Cover

Vogue Magazine March 1945

Photo by Erwin Blumenfeld/Conde Nast via Getty Images

Erwin Blumenfeld

Le pagine che oggi state sfogliando sono il risultato di una storia molto lunga e di molte battaglie, da quelle sanguinose combattute sul fronte, a quelle culturali, meno drammatiche, ma solo in apparenza. Se la moda rispecchia il proprio tempo, lo stesso vale per i magazine che la raccontano. Un principio semplice, alla base anche del nostro giornale: dagli editoriali di Meisel a questo numero, messo in piedi in poco più di in una settimana mentre in Italia e nel mondo infuria una pandemia che probabilmente cambierà molti equilibri che davamo per scontati, e muterà per sempre il nostro modo di vivere, quindi di raccontare la moda e consumarla. E se ancora oggi qualcuno storce il naso all’idea che l’attualità rientri tra gli interessi di un fashion magazine, forse vale la pena andare alle radici di questa storia, che sono lontane, e molto profonde.

Vogue Magazine Cover - June 1945 by Eric (Photo by Carl Oscar August Erickson/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover - 1945
Vogue Magazine Cover - June 1945 by Eric (Photo by Carl Oscar August Erickson/Conde Nast via Getty Images)
Carl Oscar August Erickson

Risale alla Prima guerra mondiale il fiorire di un giornalismo di moda più aperto, che assolve a compiti pratici e propagandistici, ma intanto racconta come cambia il ruolo della donna nella società. La realtà comincia a farsi strada anche su Vogue: la rubrica Smart Fashion for Limited Incomes diventa nel ’17 Fashions On A War Income, e pochi anni dopo troverà un senso ancora diverso durante la crisi del ’29 (dove Nast perde quasi per intero la sua fortuna). Non è un caso che parlando del crollo del mercato mondiale del 2008, Suzy Menkes si sia chiesta come mai Wall Street non avesse tenuto d’occhio le ultime sfilate - secondo un noto detto, gli orli delle gonne salgono e scendono assieme alla borsa. Dopo il ’29, gli abitini di lamé degli Anni Ruggenti lasciano il posto a gonne alle caviglie, e per di più quasi sempre sui toni del bianco - un colore scelto per esprimere purezza nel presente, e speranza per il futuro. Vogue nel maggio del 1930 mette in copertina un immacolato disegno di Lepepe e uno strillo che pubblicizza, appunto, i consigli più chic per i portafogli limitati, mentre nel ’38 - quando il cosmopolitismo del decennio precedente ha lasciato il posto a una difesa dei confini che presto sarà anche fisica - inaugura il primo “Americana Issue”, inno alla produzione e allo stile indigeni, inconcepibile fino a poco prima. Questa reattività al presente continua a dettare la linea editoriale dei magazine di moda fino ai giorni nostri: al trauma dell’11 settembre, Vogue reagisce mettendo in copertina la nuova fidanzatina d’America, Britney Spears, sorridente davanti a una bandiera a stelle e strisce, mentre Vogue Italia negli anni pubblica editoriali sulla violenza della polizia post Torri Gemelle, sulla guerra in Iraq, sul disastro ambientale della British Petroleum e sulla devastante acqua alta a Venezia.

Vogue Magazine Cover, May 1930 (Photo by Georges Lepape/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover
Vogue Magazine Cover, May 1930 (Photo by Georges Lepape/Conde Nast via Getty Images)
Georges Lepape

Ma è nella Seconda guerra mondiale che il codice genetico di Vogue muta, e permette ai direttori delle varie edizioni di allargare lo sguardo. Se nel 1939 Edna Woolman Chase era ancora convinta che a garantire il ruolo di Vogue sarebbe stato, come nella guerra precedente, il fabbisogno di gusto e bellezza anche (e soprattutto) in un mondo devastato, Withers dimostrerà che l’importanza del giornale andava molto oltre la sua capacità di distribuire puro e semplice escapismo.

Vogue Cover, February 1945 (Photo by Erwin Blumenfeld/Condé Nast via Getty Images)Vogue Cover 1945
Vogue Cover, February 1945 (Photo by Erwin Blumenfeld/Condé Nast via Getty Images)
Erwin Blumenfeld

Nella Parigi occupata i nazisti, non riuscendo a spostare - come avrebbero voluto Hitler, e soprattutto Goebbels - la Couture a Berlino (Lucien Lelong, rappresentante dei couturier, era stato molto chiaro: “O Parigi, o niente”), avevano tentato di prendere il controllo dell'industria della moda attraverso la stampa. Vogue Paris però si era rifiutata di obbedire alle richieste della propaganda nazista, ed era stata costretta a chiudere. Poco importa. Come avrebbe raccontato su British Vogue Carmel Benito, le francesi non si erano lasciate sopraffare, resistendo a modo loro, cioè con enormi cappelli e altrettanta immaginazione: “Eravamo pronte a rimanere senza cibo, carburante, sapone, [...] ma mai ci saremmo fatte vedere trascurate o squallide: dopotutto, eravamo pur sempre parigine”.

Vogue Magazine Cover, November 1917 (Photo by Georges Lepape/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover - 1917
Vogue Magazine Cover, November 1917 (Photo by Georges Lepape/Conde Nast via Getty Images)
Georges Lepape

L’ultimo baluardo nell’Europa occupata sarebbe rimasto il Vogue stampato a Londra che, anche durante il Blitz, continuava a uscire. E non solo, era diventato un interlocutore di primo piano del Ministry of Information. Istituito nel 1939, il MoI aveva inizialmente faticato a tenere il passo della controparte nazista, ma nel 1941 era stato messo nelle mani di Brendan Bracken - guarda un po’, un editore di giornali e magazine. Una delle cose che Bracken aveva subito capito era che per comunicare con il pubblico femminile (“i soldati senza pistola”) bisognava usare le riviste di moda, e soprattutto il più autorevole e diffuso: Vogue.

Vogue Magazine Cover, March 1949 (Photo by Eduardo Garcia Benito/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover
Vogue Magazine Cover, March 1949 (Photo by Eduardo Garcia Benito/Conde Nast via Getty Images)
Eduardo Garcia Benito

Le richieste del ministero erano, ovviamente, propagandistiche: spingere i consumi interni, rendere chic i tagli corti per diminuire gli incidenti sul lavoro dovuti al rifiuto di indossare gli orribili cappucci di protezione, o addirittura far accettare il razionamento dei vestiti. In uno degli scatti più iconici commissionati da Withers, Cecil Beaton aveva fotografato una delle prime annunciatrici della BBC, elegantissima, davanti a un edificio ridotto in macerie dai bombardamenti. La didascalia recitava: “Qualcuno pensa che la moda sia finita.[...] Ma la moda è indistruttibile... Non si può razionare lo stile”.

Vogue Magazine Cover, June 1918
(Photo by Alice de Warenne Little/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover

Vogue Magazine Cover, June 1918

(Photo by Alice de Warenne Little/Conde Nast via Getty Images)

Alice de Warenne Little

Ma combattere, per Withers, non era solo aiutare la propaganda: era far capire alle donne inglesi cosa fosse veramente la guerra. E per farlo, avrebbe scelto un’immensa fotografa che era stata, prima della guerra, anche una modella: Lee Miller. Sulle sue stesse strade lavorava, per fare solo un nome, Robert Capa, ma fra le immagini della guerra, quelle di Miller - le macerie di Saint Malo, gli scheletri di Buchenwald, i corpi dei nazisti suicidi, nei loro interni borghesi - sono fra quelle che ancora oggi restano. Quel loro impasto di eleganza e ferocia trovava in Vogue la camera degli echi più efficace: e, pubblicandole, la rivista si sarebbe trasformata in qualcosa di diverso, e nuovo.

Vogue Magazine Cover, February 1938 (Photo by Victor Bobritsky/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover
Vogue Magazine Cover, February 1938 (Photo by Victor Bobritsky/Conde Nast via Getty Images)
Victor Bobritsky

I magazine hanno a che fare con l’immediato, il qui ed ora. Per Audrey Withers voleva dire saper raccontare con la stessa credibilità tanto la bellezza quanto la guerra e la devastazione. Come scriveva Beaton, raccontando una Londra che resisteva ai bombardamenti con l’ennesima invenzione inglese, il Blitz spirit: “Nonostante Hitler e contro Hitler, arrivano comunque i cataloghi di giardinaggio. E non ordiniamo solo fagioli, patate, spinaci, cavoli e le arnie che ormai prosperano nei giardini inglesi, ma anche i bulbi dei giacinti, che fiorendo illumineranno le nostre giornate più buie.” Certo, quei giacinti non erano essenziali per sopravvivere. Ma a pensarci bene, invece, sì.

Vogue Magazine Cover, December 1945
(Photo by Erwin Blumenfeld/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover

Vogue Magazine Cover, December 1945

(Photo by Erwin Blumenfeld/Conde Nast via Getty Images)

Erwin Blumenfeld

English Version:

Shortly before his death in 1942, Condé Montrose Nast asked Audrey Withers what she thought the role of a magazine like Vogue should be. Withers had become editor-in-chief of British Vogue in 1940, when the escalating world war prevented the return of her predecessor from the States. Withers took charge and found herself having to produce the magazine in unimaginable conditions: working out of air-raid shelters (gas masks at the ready), defying curfews, negotiating paper rationing, even surviving the bombardment of the offices (the staff arrived the next morning with brooms and dustpans, and that month’s issue of Vogue came out only one day late). Above all, Withers (whose story is beautifully told in Julie Summers' recent Dressed for War) brilliantly led the newspaper into the previously unexplored territories of war, current affairs and politics. After hostilities had ceased, she refused to abandon such hard-won terrain and credibility. When in 1946 the very powerful editor-in-chief of Vogue Edna Woolman Chase repeated Mr. Nast's question, Withers responded with a memo that was almost a manifesto, saying more or less this: Vogue could never again be merely a fashion magazine. It has a moral duty to cover everything that happens and that impacts the lives of the women to whom it is addressed. Fashion, of course, will always remain in the foreground, but the magazine must be openly progressive and socially committed. For one simple reason: saying nothing is nevertheless a political gesture, one that is tantamount to accepting the status quo. And this is certainly not Vogue.

Vogue Magazine Cover, may 1931 (Photo by Georges Lepape/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover
Vogue Magazine Cover, may 1931 (Photo by Georges Lepape/Conde Nast via Getty Images)
Georges Lepape

The pages you are leafing through today are the result of a very long history and many battles, from the bloody clashes fought on the front to the ongoing cultural battles, less dramatic but only apparently. If fashion reflects its own time, the same goes for the magazines that recount it. A simple principle that is the foundation of our magazine: from Meisel's editorials to this issue, cobbled together in little more than a week while in Italy and around the world rages a pandemic that will probably upend many of the assumptions we took for granted, forever changing our way of life and therefore the way we talk about and consume fashion. And if there’s anyone out there who still turns a blind eye to the idea that current events are within the purview of a fashion magazine, perhaps it's worth going to the roots of this story, which are distant and very deep.  With the First World War, there flourished a more open fashion journalism which performed not only its practical and propagandistic tasks, but also talked about how the role of women in society was changing. Reality began to make its way into Vogue as well: in 1917, the regular column “Smart Fashion for Limited Incomes” became “Fashions on a War Income”, and a few years later it found a different meaning during the crisis of '29 (where Nast lost almost all his fortune).

Vogue Magazine Cover May 1918 (Photo by Porter Woodruff/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover
Vogue Magazine Cover May 1918 (Photo by Porter Woodruff/Conde Nast via Getty Images)
Porter Woodruff

It's no coincidence that, at the time of the collapse of the global economy in 2008, Suzy Menkes wondered why Wall Street hadn't kept an eye on the latest fashion shows - according to popular wisdom, skirt hems go up and down with the stock market. After the crash, the lamé cocktail dresses of the Roaring Twenties gave way to ankle-length skirts, and what's more, they were almost always in shades of white - a color intended to express purity in the present and hope for the future. In May of 1930, Vogue put an immaculate Lepape drawing on the cover, along with a headline announcing the most chic tips for limited wallets, while in '38 - when the cosmopolitanism of the previous decade gave way to a defense of the border that would soon become physical - inaugurated the first "Americana Issue", an ode to indigenous production and style, inconceivable until that point. 

Vogue Paris 1945 Hiver
© Nerebriarova / Vogue Paris.

Vogue Paris 1945 Hiver

© Nerebriarova / Vogue Paris.

This reactivity to the present continued to dictate the editorial direction of fashion magazines up to the present day: Vogue responded to the trauma of 9/11 with a cover featuring Britney Spears, America’s new sweetheart, smiling in front of the stars and stripes, while Vogue Italia over the years published editorials on police violence after the Twin Towers, the war in Iraq, the BP oil spill and the devastating high water in Venice. But it was with the Second World War that the genetic code of Vogue changed, allowing the editors of the various editions to broaden their field of vision. If in 1939 Edna Woolman Chase was still convinced that the role of the magazine would be, as in the previous war, to satisfy the need for taste and beauty even (and above all) in a devastated world, Withers would demonstrate that the importance of Vogue went far beyond its ability to disseminate pure and simple escapism.

Vogue Magazine Cover, May 1918 (Photo by Helen Dryden/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover
Vogue Magazine Cover, May 1918 (Photo by Helen Dryden/Conde Nast via Getty Images)
Helen Dryden

 In occupied Paris, the Nazis, unable to move the couture industry to Berlin, as Hitler and especially Goebbels wished (Lucien Lelong, representative of the couturiers, was very clear: “It is in Paris or it is nowhere"), tried to take control of the fashion industry through the press. Vogue Paris, however, refused to toe the Nazi propaganda line and was forced to close down. It didn’t matter. As Carmel Benito would recount in British Vogue, the French didn’t allow themselves to be overwhelmed, resisting in their own way, with enormous hats and irrepressible imagination: "We were prepared to do without food, fuel, light, soap […] but we wouldn’t look shabby and worn out. After all, we were Parisiennes”. The last bastion in occupied Europe would be the Vogue printed in London, which, even during the Blitz, continued to come out. And not only that, it had become a leading vehicle of the Ministry of Information. Established in 1939, the MoI had initially struggled to keep up with its Nazi counterpart, but by 1941 it had been put into the hands of Brendan Bracken, not accidentally a newspaper and magazine publisher. One of the things Bracken immediately understood was that to communicate with the female public ("soldiers without guns"), one had to use fashion magazines, and above all the most authoritative and widely read: Vogue.

Vogue Magazine Cover, April 1918 (Photo by Dorothy Edinger/Conde Nast via Getty Images)Vogue Magazine Cover
Vogue Magazine Cover, April 1918 (Photo by Dorothy Edinger/Conde Nast via Getty Images)
Dorothy Edinger

The Ministry's demands were, of course, propagandistic: to push domestic consumption, to make short hair chic to reduce accidents at work due to the refusal to wear those horrible protective caps, even to get people to accept the idea of clothes rationing. In one of the most iconic shots commissioned by Withers, Cecil Beaton had photographed one of the first BBC announcers in front of a building reduced to rubble by bombing. The caption read: “It is now said that fashion’s goose is properly done in, for want of the best butter. But fashion is indestructible and will survive even margarine coupons. You cannot ration a sense of style”. [In the beginning clothes and margarine coupons were the same]

Vogue Italia April 2020
Vogue Italia April 2020

But for Withers, helping the war effort wasn't just about propaganda. It was about making English women understand what war really was. And to do that, she turned to a great female photographer who had also been a model before the war: Lee Miller. Miller worked in the same milieu as Robert Capa, to name just one, but her images of the war – the rubble of Saint-Malo, the skeletons of Buchenwald, the bodies of the Nazi suicides in their bourgeois interiors – are among the ones that remain. Their mixture of elegance and ferocity found in Vogue the most effective echo chamber, and by publishing them, the magazine was transformed into something different, and new. Magazines are about the immediate, the here and now. For Audrey Withers that meant being able to talk as much about beauty as war and devastation, with the same credibility. As Beaton wrote, describing a London that resisted constant bombardment with yet another English invention, the Blitz Spirit: “To spite hitler and in spite of him, the garden catalogues arrive, and we order not only the beans and the potatoes and the spinach and the cabbages and beehives that thrive so well in London gardens, but the fibre and the bulbs of hyacinths that will enliven the darkest day at home.” Of course, those hyacinths were not essential for survival. But on second thought, actually, they were.



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Moda primavera estate 2020 dei talenti di nuova generazione (e non solo) by Gaia Bonanomi e Mirko De Propris

Team CREDITS Photography and art direction  Gaia Bonanomi @gaiabonanomiph

Styling Mirko De Propris @mirkodepro

Video  Luisa Pagani @luisapagani

Set design Lorenzo Dispensa @lorenzo_dsp

Make-up Giulia Gabbana @giuliagabbanamua

Hair @erissonmusella using @randcoitaly

Model Anya Molochkova at Elite Milano @anya_molochkova

Set Assistant Arianna Zanetti @arianznt

Styling assistants Michelle Ardemagni @chicaveinticuatro Francesca Rongioletti @andosfrancine Antonio Palese @palese.antonio Giacomo Dini @dinigiacomo

Sulla moda primavera estate 2020 dei talenti di nuova generazione guardate anche:  Sea Warrior by Anett Pósalaki Innerworld by Ana Abril

Abito Ac9, guanti Rosantica, orecchini Rosantica + Giuliana Mancinelli Bonafaccia, molletta RosanticaIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-1.jpg
Abito Ac9, guanti Rosantica, orecchini Rosantica + Giuliana Mancinelli Bonafaccia, molletta Rosantica
Gaia BonanomiIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-2.jpgGaia BonanomiCamicia Caterina Moto, top Italo Marseglia, gonna Act n1, sandalo Fabio Rusconi, orecchini Radà, collana Barbara Biffoli, gioielli RosanticaIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-3.jpg
Camicia Caterina Moto, top Italo Marseglia, gonna Act n1, sandalo Fabio Rusconi, orecchini Radà, collana Barbara Biffoli, gioielli Rosantica
Gaia BonanomiAbito Brognano, lingerie La Perla, Bra Italo Marseglia, sandali Act n1, collana e orecchini Rosantica, braccialetto Adais     IREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-5.jpg
Abito Brognano, lingerie La Perla, Bra Italo Marseglia, sandali Act n1, collana e orecchini Rosantica, braccialetto Adais
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Total look Gucci
Gaia BonanomiCamicia Arabal, gonna Act n1, lingerie Wayeröb, sandali Fabio Rusconi, collana Rosantica, orecchini RadàIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-11 copia.jpg
Camicia Arabal, gonna Act n1, lingerie Wayeröb, sandali Fabio Rusconi, collana Rosantica, orecchini Radà
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Total look Fendi, orecchini Rosantica
Gaia BonanomiTop Drome, camicia White*, gonna Drome, cintura Salar Milano, sandali Brognano, collana Rosantica orecchini RadàIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-15.jpg
Top Drome, camicia White*, gonna Drome, cintura Salar Milano, sandali Brognano, collana Rosantica orecchini Radà
Gaia BonanomiAbito Brognano, camicia Gentile Catone, scarpe Fabio Rusconi, collana e anello RosanticaIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-17.jpg
Abito Brognano, camicia Gentile Catone, scarpe Fabio Rusconi, collana e anello Rosantica
Gaia BonanomiAbito Greta Boldini, orecchini RosanticaIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-20.jpg
Abito Greta Boldini, orecchini Rosantica
Gaia BonanomiAbito Greta Boldini, scarpe Drome, orecchini RosanticaIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-18.jpg
Abito Greta Boldini, scarpe Drome, orecchini Rosantica
Gaia BonanomiIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-21.jpgGaia BonanomiCamicia e pantaloni The B, sabot Fabio Rusconi, gioielli RosanticaIREMEMBERBACKHOME_GaiaBonanomi_vogue.it-23.jpg
Camicia e pantaloni The B, sabot Fabio Rusconi, gioielli Rosantica
Gaia Bonanomi


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Ormai potreste aprilo un hair salon. D'altronde, con il lockdown, siete diventate delle pro nella tinta a casa (ancora no? Qui la “guida definitiva”). Diversa però la questione del tagliarsi i capelli da sola, giusto? Allora meglio familiarizzare con quello che si può (e non si può fare) per gestire al meglio doppie punte, frangia &Co. Gli esperti concordano: un taglio di capelli home made non è mai una buona idea, ma in circostanze eccezionali (leggi: capelli fuori controllo), ci sono alcuni consigli che potete seguire.

Quali forbici usare? 

Si dice che solo un cattivo operaio incolpa i suoi strumenti di lavoro, ma è bene abbandonare l'idea di tagliarsi i capelli da sola con le forbici (smussate) della cucina. L'hairstylist Zoe Irwin, di John Frieda Salons, consiglia di provare ad acquistare forbici professionali. “Quelle che usiamo in salone sono molto affilate, così che le punte si spezzino meno facilmente".

Come gestire le doppie punte

Per affrontare le doppie punte, guarda al "model cut", una tecnica che Irwin raccomanda per un'aggiustatina. “Partite con i capelli asciutti, divideteli in sezioni e attorcigliate le ciocche con una mano. Con l'altra tira leggermente i capelli dal basso per scoprire le doppie punte. Con le forbici più affilate che possedete, tagliate solo le estremità ‘spezzate’". Per quanto questa tecnica dia soddisfazione è bene sapere che può creare “dipendenza” ed è quindi importante stare attenti a non esagerare. Proprio come si evita di “spinzettare” troppo le sopracciglia, dobbiamo anche limitarci con l'uso delle forbici per evitare un effetto a strati (sgradevole) che può rovinare la forma di un'acconciatura.

I dos e don’ts di tagliare la frangia

Poiché la frangia è spesso un punto caratteristico di qualsiasi acconciatura, è particolarmente importante procedere con cautela durante il taglio. "Il mio più grande consiglio in termini di frangia è di lavare e asciugare i capelli prima di tagliarli", dice il parrucchiere delle star Dom Seeley. “I capelli possono allungarsi fino a tre volte la loro lunghezza da  bagnati, quindi se decidete di tagliare la frangia senza asciugarla, correte il rischio di farla super corta”. Secondo Irwin, il modo più sicuro possibile per tagliare una frangia è: "Prendere una sezione triangolare al centro della frangia, tra le sopracciglia, andare in quel punto e portare i capelli in avanti". Quindi decidere quanto si vuole tagliare: il suo suggerimento è al massimo un paio di millimetri. “A questo punto procedete sollevando i capelli verso l'alto con un pettine e tagliando piccole V. Mai tagliare orizzontalmente". Il risultato dovrebbe essere morbido e sfumato e non netto. Cosa non fare? “Non creare mai un ‘traingolo’ di frangia iniziale che superi le sopracciglia. I danni peggiori si fanno quando si cerca di tagliare tutta la frangia perché la questione potrebbe sfuggire di mano", dice. 

French film star Brigitte Bardot shows her form for newsmen at the Plaza Hotel. Miss Bardot told the reporters that she would like to make a picture in the U.S. and that she hoped to do some shopping in New York before she leaves December 20th, and perhaps attend the theater.
Gringe Mania
Frangia a tendina: a chi sta bene il taglio gringe 
È casual, è chic, è facile da portare e mantenere. Non per niente la frangia a tendina (detta anche “gringe”) è la preferita di Sienna Miller e Alexa Chung, maestre nello stile boho e messy
Cosa fare se si ha pixie cut

Chi ha tagli super-corti dovrebbe seguire qualche tricks da parrucchiere per migliorare la resa, piuttosto che rischiare di rovinare l'haircut. L'idea insomma è quella di rimodellare e ridisegnare piuttosto che tagliare. Irwin consiglia di giocare con il volume, cercando di texturizzare i capelli con spray e polveri per aiutare a sollevare le radici (adoriamo Color Wow Raise the Root e VO5 Post Gym Refresh Spray). "Si può provare anche ad alternare la piega: un giorno mossa, il giorno dopo liscia e magari wet effect", dice. Il segreto? Travestire il taglio, piuttosto che rifarlo.

Soluzioni per capelli belli e in ordine

Se vai spesso dal parrucchiere e detesti l'aspetto trasandato, potrebbe essere per te un momento (esteticamente) difficile. Non temere: invece di pensare a come tagliarsi i capelli da sola, concentrati sul migliorare la salute delle lunghezze: il lockdown d'altronde è un ottimo momento per pensare alle maschere per capelli. "Quello che trovo davvero utile è idratare i capelli dalle radici alle punte", afferma Irwin. Allo stesso modo, Seeley consiglia di utilizzare maschere a base proteica per "rimodellare e dare forza", ed evitare future rotture. 

Si può anche puntare su acconciature diverse e insolite. "Code di cavallo, messy bun come Meghan Markle o una treccia possono essere idee migliori che puntare su un taglio di capelli home made", afferma Irwin. Giocare con le mollette può essere un'altra idea che distrate da un haircut senza più forma.

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15 acconciature semplici da fare a casa
Chignon con trecciaGorunwayCoda bassa con maxi fioccoMezzo raccolto con torchon lateraliChignon basso intrecciatoCorona di trecceCoda bassa con dettaglio gioielloTreccia romanticaCoda altaChignon basso e messyGorunwayBun altoCoda messyCoda ordinata con forcine bling-blingCoda con ciuffi liberiChignon a coda di scorpioneCoda con fermaglio gioiello
Cosa evitare assolutamente

Non tagliare mai orizzontalmente e in modo netto, non cercare di pareggiare un caschetto o di scalare le lunghezze", avverte Irwin.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su Vogue.co.uk



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Guida al look perfetto: una personale “capsule collection” di capi e accessori da avere sempre nell'armadio

Ogni stagione siamo pronti a realizzare una mappa delle tendenze del momento, da seguire e declinare seguendo il proprio stile. Ma ci sono alcuni capi e accessori che ogni donna dovrebbe avere nell'armadio: dei veri e proprio must have che funzionano a prescindere dal fluire delle mode. Ed è proprio su questi fashion items che si costruisce un look perfetto.

Dopo aver seguito i nostri consigli su come fare il cambio dell'armadio, scoprite qui sotto la “tavolozza primaria" del guardaroba versatile, pronto a ogni occasione. Unico diktat: qualità dei tessuti/materiali e colori neutri.

Camicia bianca: il salva-vita di ogni stagione, si può indossare sotto a maglioni tricot e blazer, o sopra a un leggero lupetto di jersey. Optate per popeline di cotone o seta.

Asceno
Asceno

Trench: simbolo della mezza stagione, primavera e autunno, vi consigliamo di investire in un capo di qualità. 

Herno
Herno

Blazer: è il capospalla che dona rigore al look, a qualsiasi ora del giorno. Optate per un tessuto a grana grossa come il tweed o il bouclé. La soluzione più “basic”, è il fresco lana.

Blazé
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Little Black Dress: il classico tubino può essere sdrammatizzato con accessori di tendenza o risultare un fedele alleato nelle occasioni più formali. Nell'ampia proposta, investite in un capo di seta o crêpe de chine.

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Jeans diritti: evitate stone-washed e denim used, optate per modelli classici a vita media-alta con orlo alla caviglia. 

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Scarpe flat: mocassini o ballerine, a voi la scelta. I primi per un tocco più mannish, le seconde per chi cerca un effetto bon ton.

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T-shirt monocolore: grigia, blu, nera, beige o bianca? Sceglietela di qualità, o di cotone biologico o di fresco lino.

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Pantaloni neri a sigaretta: essenzialità nel taglio e non-colore garantiscono l'utilizzo in ogni stagione.

Loro Piana
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Sneakers bianche: ripulite da colori e da ridondanze chunky, sono la soluzione ideale per ottenere un look easy.

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Maglione a righe: capo dal motivo discreto che sa dare un twist alle giornate uggiose e incerte.

A.P.C.
A.P.C.

Tracolla di cuoio: una borsa che sta bene su tutto, in ogni stagione.

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Orecchini di perle: tocco shining (ed elegante) che cattura l'attenzione con quella preziosa skin madreperla.

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Gonna midi: longuette a tubino o plissé? A voi la scelta, ma optate per un modello che esalta la vostra silhouette.

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Pleats Please Issey Miyake

Foulard: per questo accessorio è concessa la fantasia. La sua versatilità lo rende un must have del guardaroba femminile: al collo, in testa, in vita o annodato alla borsa, ci sono tantissimi modi per indossarlo e ottenere un perfetto look.

Loewe
Loewe


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Il bianco è un messaggio universale di forza, purezza, rispetto e speranza. Eppure, dietro il silenzio di questa copertina, prende vita un numero molto vivace e personale di Vogue Italia. Più di 40 artisti hanno accettato la sfida inviando un contributo, ognuno dalla sua quarantena.

A loro abbiamo chiesto di restare fedeli alla situazione e alle limitazioni che tutti condividiamo in questi tempi difficili, creando immagini semplici e oneste, e di rappresentare la moda in modo da riflettere il momento che stanno vivendo in prima persona, con nient'altro in mente.

Le immagini che abbiamo ricevuto rappresentano la più ampia gamma di emozioni possibile e, insieme, scrivono un importante racconto visivo dei tempi che stiamo vivendo, documentando anche lo sforzo di una comunità che vive e lavora a distanza. In definitiva, questo numero è espressione di ciò a cui il direttore Emanuele Farneti ed io, con tutto il team di Vogue Italia, da sempre aspiriamo: parlare del mondo attraverso la moda.

Ecco gli artisti che hanno partecipato al progetto: Steven Klein, David Sims, Harley Weir, Oliver Hadlee Pearch, Emilie Kareh, Thomas De Kluvyer, Ibrahim Kamara, Charlotte Wales, Jack Davison, Max Pearmain, Laura Nash, Tyrone Lebon, Mert Alas, Marcus Piggott, Joe McKenna, Chris Simmonds, Larissa Hoffman, Drew Vickers, Tyler Mitchell, Roe Ethridge, Brianna Capozzi, Haley Wollens, Bella Hadid, Collier Schorr, Carlos Nazario, Ryan McGinley, Gigi Hadid, Sebastian Faena, Gray Sorrenti, Michael Bailey Gates, Glen Luchford, Paolo Roversi, Arnaud Lajeunie, Suzanne Koller, Ezra Petronio, Talia Chetrit, Andrea Artemisio, Petra Collins, Paloma Elsesser, Francesca Cisani, Willy Vanderperre, Olivier Rizzo, Rianne Van Rompaey, Isamaya Ffrench, Lindsey Wixon Young, Cyndia Harvey, Josh Olins, Stephanie Waknine e Paolo Ventura.

Leggete anche l'editoriale di Emanuele Farneti

Scoprite tutte le immagini del portfolio “Far Away So Close” su Vogue Italia, in edicola dal 10 aprile

(English Text)

In times like this, we felt that a silent cover would speak louder than any word or image

It’s a universal message of purity, strength, respect, and hope. Yet behind the silence of this cover, a very lively and personal issue of Vogue Italia comes to life. 

More than 40 artists welcomed the challenge to contribute from their own quarantines. We personally asked each artists to “stay true to the constraints that we are all sharing in these difficult times, creating simple, honest images”, and to depict the  fashion “in a way that most reflects their personal moment, with nothing else in mind.” 

It’s fair to say that the resulting images depict the widest range of emotions, that seen together create a long distance community effort that becomes an important visual document of the times we are living. Ultimately, it’s an expression of what Emanuele and I believe Vogue Italia should aim to: talking about the world through fashion. 

Thanks to those involved in the project: Steven Klein, David Sims, Harley Weir, Oliver Hadlee Pearch, Emilie Kareh, Thomas De Kluvyer, Ibrahim Kamara, Charlotte Wales, Jack Davison, Max Pearmain, Laura Nash, Tyrone Lebon, Mert Alas, Marcus Piggott, Joe McKenna, Chris Simmonds, Larissa Hoffman, Drew Vickers, Tyler Mitchell, Roe Ethridge, Brianna Capozzi, Haley Wollens, Bella Hadid, Collier Schorr, Carlos Nazario, Ryan McGinley, Gigi Hadid, Sebastian Faena, Gray Sorrenti, Michael Bailey Gates, Glen Luchford, Paolo Roversi, Arnaud Lajeunie, Suzanne Koller, Ezra Petronio, Talia Chetrit, Andrea Artemisio, Petra Collins, Paloma Elsesser, Francesca Cisani, Willy Vanderperre, Olivier Rizzo, Rianne Van Rompaey, Isamaya Ffrench, Lindsey Wixon Young, Cyndia Harvey, Josh Olins, Stephanie Waknine and Paolo Ventura.

Discover the full Far Away So Close portfolio in our April Issue on newsstands on Friday the 10th



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Bianco

Io non so se, come dicono alcuni, la ragion d’essere di Vogue è quella di intrattenere, di regalare qualche ora di evasione a chi lo sfoglia.

So, come si legge a pagina 59, che questo giornale nella sua storia ultracentenaria ha attraversato guerre, crisi, atti di terrorismo. E la sua tradizione più nobile (ne è forse l’esempio più lucente Audrey Withers, che ne ha diretto l’edizione inglese sotto le bombe naziste) è quella di non voltarsi dall’altra parte. Perché, come diceva proprio Withers, stare zitti vuol dire farsi andare bene lo status quo.

Poco meno di due settimane fa stavamo mandando in stampa un numero pianificato da tempo e che vedeva coinvolto in un progetto gemello anche l’Uomo Vogue.

Ma parlare d’altro, mentre le persone muoiono, medici e infermieri mettono a rischio la propria vita e il mondo sta cambiando per sempre, non è la storia di Vogue Italia. Così abbiamo accantonato il progetto e ricominciato da capo, con in mente di fare tre cose.

La prima: iniziare a guardare oltre il temporale per provare a immaginare una mappa del mondo che ci aspetta, ospitando punti di vista qualificati e senza indulgere nell’autocommiserazione (c’è e ci sarà troppo lavoro da fare per perdere tempo a rimpiangere il passato).

La seconda, chiamare a raccolta la nostra comunità. Oltre quaranta artisti, in giro per il mondo e in pieno lockdown, si sono messi a disposizione per realizzare a casa propria quella che a tutti gli effetti è la prima fotografia che un giornale di moda pubblica del mondo nuovo – tutti lontani, nessuno da solo.

La terza e forse la più difficile: decidere di mandare in stampa, per la prima volta nella nostra storia, una copertina completamente bianca. Non perché mancassero le immagini, appunto, tutt’altro. Ma perché il bianco è tante cose assieme.

Il bianco è innanzitutto rispetto. Il bianco è rinascita, è la luce dopo il buio, la somma di tutti i colori. È tempo e spazio per pensare. Anche per rimanere in silenzio (perché se tutti facessimo un po’ più di silenzio, chissà quante cose potremmo sentire, dicevano le ultime righe di un bel libro uscito qualche anno fa). Il bianco è le divise di chi ci ha salvato la vita, mettendo a rischio la propria. Il bianco è per chi questo spazio e questo tempo vuoto lo sta riempiendo di idee, pensieri, racconti, versi, musica, attenzioni per gli altri. Il bianco è come quando, dopo la crisi del ’29, gli abiti si fecero candidi – un colore scelto per esprimere purezza nel presente, e speranza nel futuro. Bianche sono le notti di chi ha lavorato a questo numero, da questo e l’altro lato dell’oceano, in condizioni complicate. A ciascuno di loro va la mia gratitudine. Soprattutto: il bianco non è resa, piuttosto è una pagina tutta da scrivere, il frontespizio di una nuova storia che sta per cominciare.    

La cover di aprile, completamente bianca
La cover di aprile, completamente bianca

Qui Ferdinando Verderi, direttore creativo di Vogue Italia, spiega perché la copertina è bianca

(English Text)

Some people say that the raison d’être of Vogue is to entertain - to offer a few hours of divertissement to those who leaf through its pages. I don't know about that. 

What I do know, as you’ll read in this issue, is that in its long history stretching back over a hundred years, this magazine has come through wars, crises, acts of terrorism. I know that its noblest tradition is never to look the other way (perhaps the most shining example is Audrey Withers, who was editor-in-chief of the British edition during the Nazi air raids). Because, as Withers herself observed, to be passive is to consent to the status quo.

Just under two weeks ago, we were about to print an issue that we had been planning for some time, and which also involved L’Uomo Vogue in a twin project.

But to speak of anything else – while people are dying, doctors and nurses are risking their lives and the world is changing forever – is not the DNA of Vogue Italia. Accordingly, we shelved our project and started from scratch, with the intention of doing three things.

The first is to start looking beyond this turmoil and try to imagine a map of the world that awaits us, publishing expert opinions and without indulging in self-pity (there is and will be too much work to be done to waste time looking back nostalgically on the past).

The second is to muster our community. Over 40 artists, scattered around the world and in full lockdown, have made themselves available in their own homes to create what is effectively the first snapshot that a fashion magazine has published of the new world – everyone far away, nobody alone.

The third is possibly the most difficult: the decision to print a completely white cover for the first time in our history. Not because there was any lack of images – quite the opposite. But because white signifies many things at the same time.

White is first of all respect. White is rebirth, the light after darkness, the sum of all colours. White is the colour of the uniforms worn by those who put their own lives on the line to save ours. It represents space and time to think, as well as to stay silent. White is for those who are filling this empty time and space with ideas, thoughts, stories, lines of verse, music and care for others. White recalls when, after the crisis of 1929, this immaculate colour was adopted for clothes as an expression of purity in the present, and of hope in the future. White stands for the sleepless nights of those who have worked on this issue, on both sides of the ocean and in complicated conditions. I am grateful to each and every one of them.

Above all: white is not surrender, but a blank sheet waiting to be written, the title page of a new story that is about to begin.



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TheOneMilano si espande sul web con un progetto digital tra social media e app

È fra le più importanti fiere di moda luxury ready to wear, altresì definita haut-à-porter, e oggi diventa una realtà sempre più digitale. Una realtà che nel suo allestimento fisico ha visto la collaborazione di grandi artisti contemporanei, come l'architetto Italo Rota e la scenografa Margherita Palli che ne hanno rivoluzionato gli spazi espositivi. Dalla dimensione tangibile ci si sposta a quella interconnessa del web, dove le piattaforme digitali e i social media rappresentano una versione 2.0 delle dinamiche fieristiche, commerciali e pubblicitarie. TheOneMilano avvia quindi un percorso di digitalizzazione organizzato in diversi step, che portano a vivere un'esperienza onnicomprensiva della fiera e dei suoi meccanismi.

Press Office

Si parte con la creazione di una piattaforma digitale, Always One, espansione web di TheOneMilano, che amplia i tempi di incontro e dialogo con i visitatori a 365 giorni l'anno. Un progetto che mira anche a presentare la fiera nella sua totalità: non sono pochi giorni di esposizione, ma un anno intero di lavoro e preparazione. A questa prima parte si aggiunge il fronte marketing e di comunicazione pubblicitaria, che abbandona i sistemi tradizionali per immergersi nel mondo degli influencers. 20 emergenti personalità dei social indosseranno i capi presentati alla fiera, creeranno look diversi e originali, condividendoli non solo sui loro profili personali, ma anche sulle pagine ufficiali di TheOneMilano, oltre ad avere una sezione dedicata in Always One, chiamata Always Look, a disposizione dei buyer che potranno avere linee guide per i propri acquisti in termini di total look.

Press Office

Infine, due sono i progetti in fase di sviluppo che vedremo nei prossimi mesi.  È previsto il lancio dell'app, ideata per una fruizione mirata a vivere la fiera anche in versione digital, e successivamente, nel 2021, si assisterà a un rinnovamento in chiave tech della stessa fiera, attraverso suite dedicate agli espositori, che tramite un sistema di messaggistica interno, consentirà la gestione della rete di vendita, con coordinamento fra direzioni commerciali e agenti, un rapporto diretto e successivo follow-up con i buyer reso più semplice ed immediato, e la possibilità di preparare la visita del buyer in azienda diminuendo i tempi di permanenza e permettendo di organizzare più appuntamenti.

Press Office

A parlare del futuro di TheOneMilano, della tecnologia e del progresso è l'architetto Italo Rota, “È un salone di transizione, ibrido, che anticipa il nuovo modo di concepire le manifestazioni di questo tipo. Tra un paio di anni le nuove tecnologie, 5G in primis, cambieranno la natura fisica delle fiere, con l'analogico estremo che conviverà con il digitale più nuovo, e nasceranno nuove esigenze come quella di organizzare sfilate online. E poi un ruolo importante lo giocherà l'intelligenza artificiale, che permetterà di modificare i prodotti esposti in tempo reale in base ai visitatori o alle esigenze del mercato. Inoltre, i saloni della moda diventeranno probabilmente sempre più momenti emozionali dove saranno coinvolti tutti e cinque i sensi, come un teatro della memoria per portarsi via un ricordo”.



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Jane Birkin è sinonimo di uno stile senza tempo, capace di conquistare anche Jean-Louis Dumas, designer di Hermès

Un francese perfetto venato da un'incancellabile accento inglese. Una recitazione spontanea e quasi timida che trova eco nella sua voce, delicata, a tratti flebile, eppure potentissima. Jane Birkin è questo e molto di più. “Una donna che vorrebbe recitare in jeans e a piedi nudi, o essere filmata come se fosse trasparente, anonima, una persona come tante”. Lei stessa si descrive in questi termini con l'amica Agnès Varda nel documentario e “biografia immaginaria” Jane B. par Agnès V. del 1987. Eterea, silenziosa, con un abito a quadri bianchi e blu sui bordi della Piscina di Jacques Deray (1969), un fiore adolescente che conquista la bellezza matura di un abbronzato Alain Delon. Capelli mossi e scompigliati, una luce blu che l'avvolge come un'aureola nel video Baby Alone in Babylone, canzone scritta dal compagno e padre delle sue figlie Serge Gainsbourg, adattata sulle note della Sinfonia n.3 di Brahms in un ponte melodico fra passato e presente. 

Jane Birkin nel 1971Vogue 1971
Jane Birkin nel 1971
Getty ImagesGucci primavera estate 2020
Gucci primavera estate 2020
GorunwayJane Birkin nel 1969 in Francia, a Saint-Cloud, con abito in jersey e gilet Jean Muir e collane ZolotasVogue 1969
Jane Birkin nel 1969 in Francia, a Saint-Cloud, con abito in jersey e gilet Jean Muir e collane Zolotas
Getty ImagesSaint Laurent primavera estate 2020
Saint Laurent primavera estate 2020
Gorunway

E poi i jeans, le canottiere bianche, i capelli corti in Je t'aime moi non plus del 1976 e l'onnipresente ricordo di Brigitte Bardot, per cui Gainsbourg aveva scritto l'omonima canzone da cui è tratto il film. Il pantalone è anni 70, il blazer in velluto, il vestito non conosce le medie lunghezze e si barcamena fra un lungo d'ispirazione gypsie con frange, una mise che potrebbe essere oggi di Saint Laurent by Anthony Vaccarello e un mini dress in stile Riviera in colori pastello e con maniche a sbuffo

È il 1971, e Jane indossa una gonna midi con ampio spacco di Cacharel, stretta in vita da una cintura Garay, un body nero scollato firmato Weber; la si ritrova anche nella collezione primavera estate 2020 di Gucci - lei, musa di Alessandro Michele, onnipresente nelle silhouette Seventies. 

Il mini abito di maglia carta da zucchero che Gigi Hadid indossa in punta di piedi sulla passerella della primavera Marc Jacobs ricorda la stessa leggerezza del modello che lei indossava nel 1968, con lunga collana, oggi come allora, e la fluidità écru di un abito Jacquemus riporta alla mente il suo look di Cannes nel 1974. L'abito corto con motivo floreale, le lunghe maniche, ne fanno una dea hippie reinterpretata nella nuova collezione di Paco Rabanne, dove il ricamo sostituisce la stampa - un paio di Mary Jane al posto dei suoi piedi nudi - e l'abito scultoreo Per Spook dell'haute couture 1977 ritrova il suo tessuto cesellato nei panneggi bianchi creati da Nicolas Ghesquière per la primavera Louis Vuitton.

L'attrice nel 1968English Actress Jane Birkin, 1968
L'attrice nel 1968
Getty ImagesMarc Jacobs primavera estate 2020
Marc Jacobs primavera estate 2020
GorunwayA Cannes nel 1974Jane Birkin à Cannes
A Cannes nel 1974
Getty ImagesJacquemus autunno inverno 2020 2021
Jacquemus autunno inverno 2020 2021
GorunwayJane Birkin sul set del film Wonderwall nel 1967Jane Birkin
Jane Birkin sul set del film Wonderwall nel 1967
Getty ImagesPaco Rabanne primavera estate 2020
Paco Rabanne primavera estate 2020
GorunwayJane Birkin in abito Per Spook e Serge Gainsbourg in Francia nel luglio 1977Per Spook High Haute Couture Fall Winter Collection 77-78 in France on July 28th, 1977.
Jane Birkin in abito Per Spook e Serge Gainsbourg in Francia nel luglio 1977
Getty ImagesLouis Vuitton primavera estate 2020
Louis Vuitton primavera estate 2020
Gorunway

Infine, nel 1984, c'è l'evento, del tutto casuale, che la consacra a icona della moda. Si trova in aeroporto, con una borsa di Hermès, aperta in cerca di qualcosa che non trova: il risultato è un caos di oggetti sparsi per terra, col vento che li fa volare via. Ad assistere alla scena è Jean-Louis Dumas, all'epoca direttore creativo della celebre maison francese, che verrà ispirato dalla semplicità di quel gesto spontaneo - la aiuta a raccogliere le sue cose, le chiede il permesso di prendere la borsa per qualche giorno, e gliela restituisce con l'aggiunta di una tasca: è nato il modello Birkin. Una borsa porta il suo nome, ma nonostante ciò, per le strade di Parigi, lei indossa solo un secchiello panier in paglia intrecciata. 

Mélange di una fredda bellezza British, un naso alla francese, occhi languidi, Jane Birkin è un enigma di contrasti, in cui la delicatezza fisica si scontra con la forza di un talento dirompente, di una personalità complessa, e soprattutto con l'imperturbabilità di uno stile destinato a non svanire mai.

Jane BirkinJane Birkin
1967, sul set di Wonderwall
Getty ImagesJane BirkinPortrait de Jane Birkin en 1968
Ritratto di Jane Birkin nel 1968
Getty ImagesJane BirkinSerge Gainsbourg And Jane Birkin
Jane Birkin e Serge Gainsbourg all'Artists Union's Gala a Parigi nel 1969
Getty ImagesJane BirkinFRANCE-BIRKIN-GAINSBOURG
Jane Birkin e Serge Gainsbourg nel 1969
Getty ImagesJane BirkinVogue 1971
Nell'appartamento del designer François Catroux con tunica di Sibley-Coffee e calze in pizzo Bonnie Doon
Getty ImagesJane BirkinActress: Jane Birkin shopping in Paris.
Nel giugno 1970
Getty ImagesJane BirkinJane Birkin and Serge Gainsbourg in 1970.
1970, durante una gara di karting con Serge Gainsbourg
Getty ImagesJane BirkinJane Birkin in 1970.
Ritratto di Jane Birkin nel 1970
Getty ImagesJane BirkinActress Jane Birkin pictured after the announcement that her latest film "Romance of A Horsethief " will begin shooting
Jane Birkin nel 1970
Getty ImagesJane BirkinOn Set of the Movie La Moutarde Me Monte au Nez
Sul set del film Ci son dentro fino al collo di Claude Zidi, 1974
Getty ImagesJane BirkinOn Set of the Movie La Moutarde Me Monte au Nez
Sul set del film Ci son dentro fino al collo di Claude Zidi, 1974
Getty ImagesJane BirkinJane Birkin
1971, con shorts in velluto Vicky Tiel
Getty ImagesJane BirkinSerge Gainsbourg et Jane Birkin à Tokyo
In Giappone al settimo mese di gravidanza
Getty ImagesJane BirkinCULTURE-MUSIC-PEOPLE
Nel 1973 durante le riprese di Don Giovanni di Roger Vadim
Getty ImagesJane BirkinJANE BIRKIN ET SERGE GAINSBOURG CHEZ EUX
Ritratto di Jane Birkin
Getty ImagesJane BirkinJane Birkin dans le film 'La course à l'échalotte' en 1975
1975, sul set del film di Bagarre Express di Claude Zidi
Getty ImagesJane BirkinTOURNAGE DE "SERIEUX COMME LE PLAISIR
Ritratto di Jane Birkin
Getty ImagesJane BirkinVogue 1969
Con una tunica in suede con frange e pantaloni coordinati di Ossie Clark e stivali di François Villon
Getty ImagesJane BirkinBritish singerJane Birkin
Ritratto di Jane Birkin
Getty ImagesJane BirkinVogue 1969
Con tunica in chiffon e pantaloni coordinati di Ossie Clark e sautoirs di Gripoix
Getty Images


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Come preparare un tiramisù con biscotti Savoiardi fatti in casa? Basta seguire la ricetta di Damiano Carrara, chef e pasticciere celebre per le sue trasmissioni dedicate ai dolci in onda su Real Time. Ecco tutti gli ingredienti per i Savoiardi, la bagna al caffè e la crema e i passaggi per preparare il tiramisù con la ricetta di Damiano Carrara.Continua a leggere

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Estratti delle interviste pubblicate integralmente sui social media di Vogue Italia

Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci 

Dove e come sta trascorrendo questo periodo d’isolamento? È possibile svolgere il suo lavoro a distanza?

Lo sto trascorrendo nella mia casa romana con il mio compagno, cercando di occupare e accogliere nella mia vita questo tempo prezioso in maniera gentile. Per tutti noi è un momento traumatico, sto cercando di attraversarlo nel modo migliore possibile. Ho scoperto che si può lavorare con grande generosità, perché stare in casa mi permette d’immaginare di più, pensare e poter allo stesso tempo comunicare con le persone dello studio e dell’azienda con mezzi che non avevo sfruttato prima e possono aiutare moltissimo. Cerco anche di capire come questo tempo possa servire per costruire un nuovo modo di processarlo, perché questa pausa ci costringe a immaginare anche un domani che ora non sappiamo quando sarà. Io lo sto immaginando diverso, migliore; mi sento molto cambiato.

Quando ho una pausa tra appuntamenti telefonici e lavorativi, cerco di ritrovare spazi per me e occupare il vuoto in maniera virtuosa. Sto rileggendo La montagna incantata di Thomas Mann, un romanzo incredibile, e dove questa immobilità è raccontata in modo eccelso. Tanto tempo fa ho iniziato delle lezioni di chitarra e approfitto per suonarla. E sto facendo una cosa antica, lavorare a maglia, l’uncinetto: imparata a cinque, sei anni, mi aiuta, la definisco una bella preghiera. In quei momenti viaggio con la testa, mentre ripeto quel gesto che produce un intreccio che poi diventerà un oggetto. Sto facendo un berretto.

Ha stabilito nuove routine? Quale, tra quelle abbandonate, le manca di più?

Le mie routine somigliano alle vecchie: mi alzo presto, mi vesto e mi trasferisco in salotto a lavorare. Non attraverso la soglia di casa e questo non mi permette di scendere per strada tra la gente, fermarmi al bar e prendere un caffè con il mio compagno. Sono una persona molto tattile cui piace avere rapporti, guardare negli occhi e ora non posso; ma dobbiamo fare così, per poi riabbracciarci di nuovo. Nell’attesa di qualcosa di così bello, io riesco a resistere.

Che cosa le dà fiducia in questi momenti?

Diverse cose, io sono ottimista di natura. Il dopo sarà meglio di quello che abbiamo vissuto e sono certo che per noi questo sarà un momento di grande riflessione sul da farsi, su come costruire qualcosa che sia un ponte che faccia attraversare non solo questo periodo, ma ci porti in un territorio migliore, dove vivere meglio, abbracciando il pianeta e l’umano e le cose belle che ci circondano. Quando la mattina salgo sul terrazzo e vedo il sole, sento i gabbiani, questo mi dà conforto: la natura ci parla e la dobbiamo ascoltare di più.

Sente che questa pausa forzata dentro una vita fatta di viaggi, fretta e incontri possa modificare anche le sue priorità future? C’è qualcosa che già sa che cambierà o inizierà a fare?

La mia vita frenetica io ho sempre cercato di renderla mia, autentica. Anche i viaggi e le occasioni di stare con gli altri, ho sempre fatto in modo di renderli autentici, densi. Mi soffermerò di più sulle mie azioni, le vivrò in modo più profondo ancora per sentire che le cose che farò siano più vere, e si depositino dentro di me. Mi sposterò lentamente, ascolterò di più gli altri e me stesso. Nella mia corsa spesso non mi ascolto abbastanza, ma ci tengo a dire che lavoro con un gruppo di persone fantastiche, quello di Kering, e in un sistema che ho sempre ritenuto autentico. Forse basterà proseguire, perché la strada intrapresa era virtuosa.

Vivere ai tempi della pandemia potrebbe avere un impatto anche sulla sua idea di stile?

È una domanda complicata: la mia idea di stile è come un parto, prima viene concepita. È una regia che ha bisogno che le cose decantino e dopo c’è l’immediatezza del metterle sulla carta, in scena, e produrle. Sì, qualcosa è in fase di gestazione: sto attraversando territori seminando, qualcosa sta mutando e me  ne prendo cura in attesa di portarla alla luce.

Dopo la crisi, avremo una comprensione più premurosa e attenta dell’altro?

Avremo una comprensione diversa di tutte le cose che ci circondano. I suoni non saranno più gli stessi, nemmeno l’incedere sul marciapiede, anche ascoltare l’altro sarà diverso e forse guardarci negli occhi sarà più sincero. Mi auguro che moltissimi di noi abbiano capito questa lezione che è forte e necessaria.

Un libro, un film, una serie tv che consiglierebbe a chi volesse tirarsi su di morale? Tre canzoni che ascolta in questi giorni?

Ascolto musica di tutti i generi, classica, pop, tanto jazz che amo, e in questo momento i canti gregoriani, che ascolto mentre lavoro. Dobbiamo tenere a mente che anche se immobili, questi mezzi e attraversamenti, come musica o scrittura, sono doni grandissimi e con cui possiamo anche uscire da casa. Non indico nulla in particolare, esorto tutti a farlo di più: ne abbiamo bisogno e dobbiamo trovare il tempo necessario anche dopo il coronavirus.

Qual è la persona che non vede l’ora di riabbracciare?

In assoluto mia sorella e i miei due nipoti che amo come fossero i miei figli: mi mancano molto. E poi tutti, chi mi fa il caffè la mattina: ho bisogno dell’umano e di umanità e i miei abbracci saranno per tutti. 

Pierpaolo Piccioli, direttore creativo di Valentino Pierpaolo Piccioli photo by Inez&Vinoodh.
Pierpaolo Piccioli photo by Inez&Vinoodh.

«Sto trascorrendo queste giornate di isolamento nella mia casa a Nettuno, insieme alla mia famiglia e approfitto della distanza sociale per riflettere e rivedere un po’ tutto, dai valori profondi al modo con cui questi possono poi essere trasmessi attraverso il mio lavoro.

Ho la fortuna di essere impegnato, in questo periodo, nella progettazione delle prossime tre collezioni: è una fase in cui conta soprattutto la concentrazione e l’immaginazione, per cui è relativamente facile portarla avanti anche da casa. In questo senso, il cambio improvviso di routine può dare un aiuto, perché ho più tempo per disegnare, leggere, documentarmi e andare alla ricerca di fonti di ispirazione senza uno scopo immediato. Questo tempo in più mette in una condizione mentale più libera. Siamo tutti costretti a restare chiusi in casa, ma possiamo e dobbiamo sognare.

Mi manca ovviamente l’interazione con il mio team. Ho bisogno del contatto fisico con le persone con cui progetto e lavoro e sto facendo di tutto per mantenerlo vivo con lunghissime videochiamate, messaggi su WhatsApp e la libertà di scambiarci pensieri attraverso ogni mezzo digitale a qualsiasi ora. Restare connessi con il mondo esterno, con il mio Paese è diventata una necessità fondamentale e vedo che influisce direttamente anche sui miei gusti. Non mi è mai successo, per esempio, di ascoltare esclusivamente musica italiana come sto facendo in questi giorni. Credo che sia il bisogno di manifestare un semplice sentimento patriottico a far sì che ci si ritrovi: mia moglie Simona, i figli e io nel giardino di casa a cantare e ballare con in sottofondo canzoni italiane; in comunione ideale con i balconi e i tanti appuntamenti che tengono unito il Paese.

Se provo a guardare in avanti, sono fiducioso che la grave crisi del coronavirus possa provocare anche cambiamenti positivi nella mia professione. La moda dovrà trovare il modo per andare avanti e lo affermo con tutta la responsabilità che sento in questo momento per un’azienda. Voglio che le collezioni che usciranno non riflettano, ma sappiano reagire a questa fase: con leggerezza, poesia e con più sogno di prima. Credo che tutti avremo bisogno di sognare. È il messaggio contenuto nel mio mantra, che non ho mai cambiato. È un neon appeso in ufficio, riporta l’ultima frase di una poesia di Pasolini tratta dalle Lettere Luterane: «Non vogliamo essere subito già così senza sogni».

Questa crisi sanitaria ha dimostrato che ciò di cui abbiamo davvero bisogno è veramente poco, se poco si possono chiamare gli affetti e le persone e gli abbracci. Allora vorrei che in un futuro vicino la moda sappia riflettere e amplificare proprio questa emozione, il senso ritrovato dello stare insieme».

(Testo raccolto da Michele Neri)



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